EMANUELE
DI PORTO
Emanuele Di Porto nasce il 21 settembre 1931 a Roma, in via della Reginella, nel cuore del quartiere ebraico. I suoi genitori si chiamano Settimio Di Porto1 e Virginia Piazza2, sposati al Tempio Maggiore di Roma nel 1927. Emanuele è il terzo di sei figli: prima di lui erano venuti al mondo Letizia3 e Pacifico4 e successivamente Angelo5, Elvira6 ed Emma7.
biografia completa
Emanuele Di Porto nasce il 21 settembre 1931 a Roma, in via della Reginella, nel cuore del quartiere ebraico. I suoi genitori si chiamano Settimio Di Porto1 e Virginia Piazza2, sposati al Tempio Maggiore di Roma nel 1927. Emanuele è il terzo di sei figli: prima di lui erano venuti al mondo Letizia3 e Pacifico4 e successivamente Angelo5, Elvira6 ed Emma7. Il padre di Emanuele lavora come venditore ambulante, mentre la madre, saltuariamente, si occupa di lavori di cucito. Emanuele frequenta la scuola ebraica fino alla seconda elementare e poi inizia subito a lavorare, occupandosi di vendita di vestiti usati. Nella casa in via della Reginella, oltre alla famiglia Di Porto, vivono anche due zie materne di Emanuele con le rispettive famiglie: in tutto circa venti persone. Il padre di Emanuele è uno sportivo, un campione dell’antico gioco del “pallone con il bracciale”, e nel 1938 tutta la famiglia si trasferisce a Livorno per assistere alle sue competizioni, che si svolgono all’interno di uno stadio chiamato Sferisterio. La famiglia Di Porto, con difficoltà sempre maggiori, attraversa con coraggio gli anni della “persecuzione dei diritti” proseguendo a mantenersi grazie al commercio ambulante. Dopo l’occupazione nazista avviene il ricatto dell’oro e anche il padre di Emanuele porta nel cortile del Tempio Maggiore una catenina d’oro per contribuire ai 50 kg imposti. La sera del 15 ottobre del 1943 Emanuele, con sua madre e i suoi fratelli, va a vedere il film Fuga a due voci in un cinema vicino a casa. La mattina del 16 ottobre, il padre di Emanuele esce di casa molto presto per andare alla stazione Termini a vendere souvenir. Attorno alle 05.00, la madre si affaccia dalla finestra di casa e si accorge che è in corso la razzia, ma crede che vengano arrestati solo agli uomini e decide di lasciare i figli a casa per andare alla stazione ad avvertire il marito del pericolo. Al ritorno, a pochi passi da casa, viene arresta e caricata su un camion all’imbocco tra via della Reginella e piazza Mattei (nota a Roma come piazza delle Tartarughe). Emanuele vede questa scena dalla finestra di casa e, senza pensarci un attimo, decide di scendere e andarle incontro. Quando Virginia lo vede avvicinarsi al camion, prova ad allontanarlo senza farsi notare, ma suo figlio gli disobbedisce e viene prima arrestato da un soldato tedesco e poi costretto a salire sul camion. In qualche modo, le persone che si trovavano sul camion, insieme a Virginia, riescono a farlo scendere di nascosto e lui, senza voltarsi, si allontana camminando per non dare troppo nell’occhio. Non avrà mai più occasione di rivedere la madre. Uscendo da piazza Mattei percorre parte del quartiere ebraico, assistendo alla razzia in atto, e arriva alla Stazione di Monte Savello, dove passavano alcune linee di tram. Appena sale sulla carrozza, spiega la situazione al bigliettaio che lo fa sedere vicino a sé. È mattina presto e per tutta la giornata Emanuele viene protetto dai bigliettai che si danno il cambio e gli offrono anche da mangiare. Per due notti dorme nella stazione dei tram e di giorno viene protetto dai bigliettai. La mattina del 18 ottobre — lo stesso giorno in cui la madre di Emanuele insieme a oltre mille ebrei rinchiusi nel Collegio Militare viene trasferita alla Stazione Tiburtina — sale sul tram un suo amico di famiglia che lo convince a tornare nella sua casa a via della Reginella dove il padre, i fratelli e gli zii speravano di poterlo riabbracciare. Emanuele, per tutto il periodo dell’occupazione nazista, mantiene la speranza di incontrare di nuovo sua madre, non sapendo che il 23 ottobre del 1943, otto giorni dopo essere stata arrestata a Roma, era stata uccisa all’arrivo nelle camere a gas di Birkenau. Una volta tornato a casa, prosegue ad aiutare la famiglia, occupandosi di piccolo commercio: vendita di portafogli, pettini, oggetti di merceria, principalmente presso il quartiere Cecchignola e San Paolo. In alcuni casi viene pagato in denaro, altre volte con cibo. Alla fine della guerra, successivamente la liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau, avvenuta il 27 gennaio del 1945, iniziano a tornare dai campi di sterminio nazisti i sopravvissuti dai campi di sterminio. Tra gli oltre mille ebrei deportati dalla stazione Tiburtina il 18 ottobre del 1943, fecero ritorno solo 16 persone: 15 e una donna che si chiamava Settimia Spizzichino. Fu proprio lei a testimoniare di aver visto che la madre di Emanuele era stata selezionata, appena scesa dal treno, per essere immediatamente uccisa nelle camere a gas. Dopo la Liberazione, Emanuele riprende il suo lavoro di venditore ambulante. Si sposa nel maggio del 1953, al Tempio maggiore di Roma con Ester Efrati Insieme mettono al mondo due figli: Settimio nel 1954 e poi Alberto tre anni dopo. Oggi Emanuele è un amorevole nonno e bisnonno che ancora porta la sua testimonianza in giro per le scuole di tutta Italia.
Al termine di ogni intervista è solito dire: non sono stato mai un bambino e non sarò mai vecchio.
timeline
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foto e documenti
Fondo Emanuele Di Porto, Fondazione Museo della Shoah
Fondo Emanuele Di Porto, Fondazione Museo della Shoah
Fondo Emanuele Di Porto, Fondazione Museo della Shoah
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